Salvatore De Meo
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Spesso sentiamo parlare di procedura di infrazione dell’Europa nei confronti di uno Stato membro. Essa rappresenta uno strumento previsto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea per garantire che nessun Paese europeo violi leggi e diritti comunitari. In sostanza, si tratta di uno scambio di comunicazioni tra la Commissione europea e lo Stato interessato nonché la possibilità di deferimento alla Corte di Giustizia. Se la Commissione giunge poi alla conclusione che il Paese è venuto meno ai propri obblighi a norma del diritto dell’UE ed il Paese in questione continua a non conformarsi alla legislazione, la Commissione può chiedere alla Corte di Giustizia di imporre sanzioni. Negli ultimi mesi questa procedura è stata invocata per ciò che sta accadendo in Ungheria, a seguito dell’approvazione da parte del Governo di Orban di una legge che è stata fortemente criticata poiché stigmatizza la comunità LGBTIQ. La legge in questione, inizialmente pensata per proteggere i minori dalla pedofilia, nella sua versione finale presenta, infatti, diversi elementi che violano il diritto comunitario ed in particolare i diritti umani ed il diritto alla non discriminazione delle persone LGBTIQ. La legge ungherese, infatti, contiene misure che mirano a proibire la diffusione di qualsiasi contenuto che faccia riferimento all’omosessualità e la transessualità ai minori di 18 anni ponendo limiti al mondo della pubblicità, della televisione, dell’editoria ed anche dell’istruzione, vietando categoricamente di trattare certi argomenti a livello scolastico durante le lezioni di educazione sessuale. I leader europei hanno dibattuto sull’argomento al summit del 24 giugno scorso, esprimendo indignazione a riguardo e criticando fortemente l’Ungheria (ad eccezione di Slovenia e Polonia), e 17 Stati, tra cui anche l’Italia, hanno firmato e presentato una lettera congiunta indirizzata ai presidenti del Consiglio europeo, del Consiglio dell’UE e della Commissione europea stigmatizzando la legge voluta dal premier Orban e riaffermando la difesa dei diritti fondamentali della comunità LGBTIQ. Anche il Parlamento europeo ha fatto sentire la sua voce adottando, in occasione dell'ultima sessione plenaria prima della pausa estiva, una risoluzione che condanna la legge ungherese. In seguito ad un acceso dibattito tra istituzioni europee e Governo ungherese, la Commissione ha deciso di avviare la procedura di infrazione, preoccupata da un crescente e generale clima di discriminazione. Stessa cosa è avvenuta per la Polonia dove alcuni comuni e regioni si sono recentemente dichiarati “zone libere dagli LGBT”. I comportamenti di questi Stati non sono accettabili perché in primis contraddicono profondamente quelli che sono i valori fondamentali dell'UE: la protezione delle minoranze, della dignità umana, dell'uguaglianza e la protezione dei diritti umani. Difendere i valori su cui si basa l’Unione Europea deve essere non solo un obbligo da parte degli Stati, ma anche una priorità.

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