Salvatore De Meo
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Lo scorso ottobre, i leader dei Paesi del G20 festeggiavano l’accordo politico raggiunto a livello di negoziati OCSE intitolato “Soluzione in 2 pilastri per rispondere alle sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell’economia”. Si trattava di definire, attraverso un accordo a livello internazionale fra 137 paesi, un nuovo sistema di tassazione per i gruppi multinazionali capaci di spostare le proprie attività e i propri profitti alla ricerca di vantaggi soprattutto fiscali. A seguito del suddetto accordo, anche in Europa è stata presentata una proposta di Direttiva per l’applicazione uniforme fra gli Stati membri. Questa proposta ricalca fedelmente le regole internazionali, ma prevede che la tassazione minima si applichi non solamente ai gruppi multinazionali, ma anche a quelli composti da più imprese residenti nel medesimo Stato. La proposta però è attualmente bloccata per il veto espresso dalla Polonia durante l’ultimo consiglio ECOFIN dello scorso 5 aprile, ed è diventata oggetto di scambi più o meno espliciti fra i vari stati membri. Nella plenaria di maggio abbiamo discusso proprio in merito alla direttiva sul livello minimo di tassazione per i gruppi multinazionali. Nel mio intervento davanti all’emiciclo, ho commentato come, per molto tempo, abbiamo assistito a forme di concorrenza fiscale sleale soprattutto da parte dei gruppi multinazionali e come finalmente, dopo l’intesa tra la maggioranza dei paesi del G20 e dell’OCSE, l'Europa si stia avviando a recepire questo accordo con cui contrastare l'elusione e l'evasione prevedendo una tassazione minima del 15% per i grandi gruppi. Certo il cammino si prefigura lungo e tortuoso visto che nell’ultima riunione dei ministri europei dell’economia non si è raggiunta un’intesa, evidenziando anche in questo caso la necessità di rivedere alcune regole di funzionamento, prima fra tutte quelle dell’unanimità. Questa riforma si propone di affrontare le sfide fiscali nate dalla digitalizzazione dell’economia, frenando la corsa di alcune nazioni a creare paradisi fiscali che permettono alle imprese multinazionali di ridurre la propria base imponibile, spostando le loro sedi sulla base della convenienza fiscale più favorevole. Con la tassazione minima dei grandi gruppi, soprattutto quelli extra UE e del mondo digitale, le imposte saranno versate nel paese in cui sono localizzati i beni e le attività che generano reddito. Si tratta di una novità epocale per favorire un quadro normativo fiscale più equo, efficace e trasparente e per rendere il mercato unico più forte e competitivo. Nel mio intervento, durante i lavori della plenaria, ho accolto con favore questa proposta auspicando che possa rappresentare un primo passo anche verso la costituzione di un regime unico di tassazione all’interno dell’UE e, in fase di revisione dopo i primi 5 anni, anche più ambizioso dell’attuale 15% per reperire nuove risorse con cui finanziare programmi di intervento, sul modello Next Generation, necessari ad affrontare le tante sfide che ci attendono e rafforzare il progetto europeo. La strada intrapresa è quella giusta, ma c’è ancora molto da fare soprattutto per favorire una riduzione delle tasse all’interno dei singoli Stati e arrivare ad un’armonizzazione dei vari sistemi rendendo realmente più forte il mercato unico europeo.

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