Il 24 e 25 giugno si è tenuto all’Aia il vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Alleanza Atlantica, un appuntamento fondamentale durante il quale i membri si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 una spesa militare pari al 5% del PIL, riaffermando così il nostro impegno collettivo nei confronti della NATO, la più solida alleanza militare della storia.

Nella Dichiarazione finale è stato ribadito il valore imprescindibile del legame transatlantico e la determinazione a difendere insieme la sicurezza di oltre un miliardo di cittadini, come previsto dall’Articolo 5 del Trattato di Washington, che stabilisce che un attacco a uno è un attacco a tutti.

Ritengo che questa Dichiarazione segni un punto di svolta, perché sancisce un impegno condiviso e concreto per rafforzare la sicurezza euro-atlantica, investendo nel futuro delle nostre democrazie. L’obiettivo del 5% del PIL prevede una suddivisione chiara tra un 3,5% per le spese strettamente militari e un 1,5% per la sicurezza più ampia, che comprende cyberspazio, infrastrutture e resilienza. Ogni Stato dovrà costruire un programma dettagliato e trasparente, che consenta ai cittadini di conoscere come vengono spesi i fondi pubblici e di condividere questa responsabilità. La cultura della difesa deve crescere dal basso, coinvolgendo non solo i legislatori, ma anche le comunità locali e il mondo produttivo.

Le conclusioni del vertice Aja riconoscono il nuovo scenario globale e la necessità di disporre di capacità credibili per la deterrenza e non semplicemente incrementare i bilanci militari. È un percorso più ampio che comprende il rafforzamento della resilienza, la protezione delle infrastrutture critiche, l’innovazione tecnologica, le reti digitali, la base industriale e la cooperazione transatlantica, anche attraverso la rimozione delle barriere commerciali nel settore della difesa.

L’Italia, grazie al lavoro svolto anche in queste settimane, ha ottenuto una certa flessibilità nell’attuazione di questo obiettivo, per garantire che le risorse destinate alla sicurezza non sottraggano fondi ai settori essenziali come la sanità o il welfare. Fin dal primo momento ho ribadito che sarebbe un errore contrapporre la sicurezza alla spesa sociale: la sicurezza stessa è una condizione essenziale di benessere e libertà. Proprio per questo stiamo insistendo affinché l’Unione europea metta a disposizione strumenti finanziari adeguati e si possa valutare anche il ricorso a forme di debito comune europeo, che permettano a tutti gli Stati membri di sostenere questo sforzo in modo equilibrato.

Come presidente della delegazione per i rapporti Ue - Nato, sono convinto che la spesa per la difesa possa rappresentare un’opportunità per il nostro tessuto produttivo. L’Italia è leader nella manifattura e nella componentistica, e può giocare un ruolo di primo piano anche grazie ai programmi europei che stimolano la riconversione industriale e l’innovazione. Dobbiamo accompagnare questo percorso in modo responsabile, senza rinunciare alle nostre filiere tipiche e costruendo un modello che valorizzi le nostre eccellenze anche in ambiti strategici come la cybersicurezza, l’innovazione tecnologica e la sicurezza alimentare.

Non possiamo più delegare ad altri ciò che spetta a noi. Non significa immaginare un distacco dagli Stati Uniti, che restano il nostro partner fondamentale, ma rafforzare il pilastro europeo all’interno della NATO, con più investimenti, maggiore consapevolezza e un ruolo più incisivo. L’obiettivo di un esercito europeo comune, a mio avviso, rimane una prospettiva di lungo termine. Oggi dobbiamo concentrarci su un miglior coordinamento delle industrie degli armamenti, sull’integrazione delle capacità e su una cultura condivisa della difesa che diventi finalmente una realtà concreta, non solo un buon proposito. Solo così potremo garantire che l’Europa sia davvero all’altezza delle sfide globali e che l’Alleanza Atlantica continui a essere il nostro orizzonte più solido di libertà e sicurezza.