Tutto ebbe inizio nel 1985, con la decisione di allora di soli cinque Stati dell’Unione europea di abolire i loro controlli alle frontiere interne: nacque così lo spazio Schengen. In un continente le cui nazioni un tempo versavano il loro sangue per difendere i loro territori, le frontiere da quel momento venivano tracciate solo sulle carte. Lo “Spazio Schengen” prende il nome dalla cittadina di Schengen, in Lussemburgo, al confine con la Francia e la Germania, nella quale è stato stipulato l’accordo che ha dato vita all’area che comprende oggi 29 Stati europei (compresi anche il Vaticano, San Marino e il Principato di Monaco). In base ad un insieme di norme e disposizioni, integrate nel diritto dell’Unione europea, chiamati appunto “accordi di Schengen”, questi 29 Stati hanno abolito i controlli sulle persone alle loro frontiere comuni che sono state sostituite da un’unica frontiera esterna e funzionano quindi, dal punto di vista dei viaggi internazionali, come un unico paese. La pandemia di Coronavirus è stata fin da subito una grave minaccia per la salute pubblica e, per salvare vite umane, si è resa necessaria la chiusura di tutte le dogane degli Stati membri dopo 35 anni di libera circolazione, garantendo solo la circolazione delle necessità primarie. Tuttavia, questi provvedimenti hanno rallentato pesantemente l’economia europea e ritardato le consegne di beni e servizi essenziali tra gli Stati membri. La Commissione europea ha ritenuto quindi opportuno adottare nuove misure per garantire la continuità e la regolarità dei servizi di trasporto merci per via terrestre, navigabile e aerea, fondamentali per il funzionamento del mercato interno dell’UE e per la sua risposta efficace all’attuale crisi di salute pubblica e sanitaria. Il 13 maggio la Commissione ha proposto un approccio graduale e coordinato per il ripristino della libera circolazione e la revoca dei controlli alle frontiere interne dell’UE. Considerato poi che la situazione sanitaria dell’UE era in fase di miglioramento, successivamente la Commissione ha raccomandato agli Stati membri di eliminare definitivamente le restrizioni entro il 15 giugno 2020. Era necessario, infatti, non gravare ulteriormente sugli Stati membri anche per quanto riguardava le problematiche correlate alla loro comunicabilità come il rilancio in sicurezza dei servizi turistici, garantire l’interoperabilità transfrontaliera e rendere i buoni viaggio più interessanti per i clienti rispetto al rimborso per gli spostamenti annullati nel contesto della pandemia. Il Covid ha così chiuso, dopo 35 anni, le frontiere europee per alcune settimane portandoci indietro nel tempo, ad una Europa ancora spezzettata e poco cosciente delle sue potenzialità. Ci ha restituito però una Europa più forte e consapevole, probabilmente ancora più unita.