Nel corso dei lavori della plenaria a Bruxelles abbiamo analizzato e discusso con l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea, Josep Borrell, della situazione nel Mediterraneo e del ruolo problematico che sta avendo la Turchia. Negli ultimi mesi, l’UE ha ripetutamente criticato la Turchia per le attività di perforazione in acque cipriote, per le tensioni create nel Mar Egeo e per il suo coinvolgimento nel conflitto in Libia. L’atteggiamento di Erdogan nei confronti dell’Europa è stato ostile, a tratti anche minaccioso: ha utilizzato la crisi dei migranti come un’arma di ricatto, ed ha contribuito ad acuire alcune crisi regionali come in Siria e in Libia attraverso il coinvolgimento di mercenari e militari. Questo non è l’atteggiamento che ci si aspetta da parte di uno stato candidato a divenire membro dell’Unione Europea e su cui, a mio avviso, se mai ci fossero stati dubbi, adesso non ci sono più le condizioni nemmeno per una sua manifestazione di interesse. Comprendo lo sforzo dell’Alto Rappresentante di instaurare un’interlocuzione con la Turchia in quanto partner importante, ma è necessario che l’Unione Europea rivendichi fortemente la sua identità democratica ed i suoi principi fondamentali il cui rispetto e riconoscimento sono alla base di qualsiasi dialogo diplomatico. Insieme a tutti gli europarlamentari di Forza Italia ho espresso il chiaro e lapidario disappunto a determinati comportamenti ed a determinate logiche. L’auspicio è che si chiarisca la netta posizione dell’Unione Europea contro un tale atteggiamento e vengano rimosse e risolte le interferenze della Turchia. L’atteggiamento provocatorio di Erdogan ha trovato la massima espressione anche nella discutibile decisione presa dal Consiglio di Stato della Turchia di riconvertire nuovamente in moschea il noto complesso monumentale della basilica di Santa Sofia a Istanbul. Una decisione che annulla quanto era stato stabilito nel 1934 da Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della Repubblica di Turchia, che da moschea l’aveva fatta diventare museo e da allora così era rimasta. Si tratta di un gesto provocatorio di quel nazionalismo di cui fa prova il presidente Erdogan. Tale presa di posizione ha sollevato non poche reazioni critiche in primis dal Parlamento europeo. Ho firmato, infatti, insieme ad altri colleghi europarlamentari, una lettera indirizzata al presidente dell’UNESCO Audrey Azoulay nella quale si condanna “questa decisione, che, oltre ad essere irragionevole, in quanto contraria all’incarnazione del simbolismo, è un’atrocità e una chiara violazione degli obblighi internazionali che la Turchia ha come stato facente parte della Convenzione del patrimonio mondiale”. Nella lettera si richiede di “registrare il monumento come in pericolo” e di “convocare una Conferenza Generale urgente con lo scopo di discutere e valutare la situazione in corso”. In questi giorni Erdogan ha ripetuto come un mantra che “Santa Sofia è nostra e non accettiamo che ci si dica cosa farne” e il messaggio è arrivato forte e chiaro al mondo in maniera preoccupante considerando anche che, il 24 luglio, con il capo coperto dal tradizionale zucchetto islamico, si è inginocchiato per recitare i versetti del Corano dentro quella che per quasi un millennio è stata la più grande basilica della cristianità.