Salvatore De Meo
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Il 20 e 21 settembre si voterà anche per il referendum sul taglio del numero dei parlamentari. Non ci sarà bisogno di raggiungere il quorum e quindi la maggioranza di chi andrà a votare deciderà. Si tratta di un quesito che apparentemente ed istintivamente porta ad una risposta affermativa, ma meriterebbe, invece, maggiore attenzione. I partiti affrontano il tema con molta timidezza per paura di essere travolti da un’onda emotiva che vuole a tutti i costi un taglio dei costi e delle istituzioni come se questo significasse maggiore efficienza e soprattutto migliore rappresentatività. Spero che ognuno di noi voglia guardare oltre il quesito e capire che si potrebbe avere una perdita di rappresentanza democratica dei territori. È un referendum che rischia di lasciare un vuoto rispetto al quale prevalgono le incertezze di una legge elettorale che stenta ad essere definita. La legge di riforma costituzionale che si andrà a votare nel referendum è sintetizzata in poche righe sulla scheda con l’invito a mettere una croce sul SI o sul NO. Pochi hanno letto il testo integrale della legge e nessuno sa effettivamente cosa accadrà nel caso della riforma. Con il taglio proposto dai promotori del referendum, la Camera dei deputati scenderebbe al quinto posto per numeri assoluti tra i paesi europei dietro a Francia, Germania, Gran Bretagna e Polonia, e acquisterebbe il rapporto deputati/cittadini di gran lunga più elevato: un deputato ogni 151.000 abitanti, un numero assolutamente piccolo per una rappresentanza democratica così grande. Se si riduce il numero dei parlamentari e si lasciano inalterati legge elettorale e regolamenti parlamentari, il sistema rischia il corto circuito. Si perderebbe, inoltre, il filo diretto fondamentale che lega ogni parlamentare eletto al suo territorio. Ne risentirebbero le Camere, soprattutto il Senato che si troverebbe dimezzato. Per questo alle urne il 20 e 21 settembre prossimo io voto NO.

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