Salvatore De Meo
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Nell’ambito della discussione sulla PAC si è ritornato a discutere delle pratiche enologiche che consentono la dealcolazione parziale o totale dei vini, ossia riutilizzare l’acqua derivante dal processo di dealcolazione. In particolare, si è ipotizzato di estendere questa pratica anche ai vini IGP e DOP. Detta ipotesi ha generato una forte preoccupazione tra gli operatori del settore vitivinicolo, verso i quali l’Europa sta assumendo una ferma posizione motivata dalla necessità di sensibilizzare il consumatore su una corretta dieta alimentare, nella quale l’alcol viene individuato tra i fattori di rischi per la salute. Addirittura nei mesi scorsi si è ipotizzato anche di introdurre etichette da apporre sulle bottiglie, come quelle previste per le sigarette, per scoraggiarne il consumo. Io credo che queste ipotesi siano eccessivamente rigorose e non giustificate nei confronti di un settore che in molti Stati membri, tra cui l’Italia, rappresenta una componente importante dell’economia oltra ad essere elemento di identità territoriale. Il procedimento di trasformazione dell'uva in vino è la fermentazione alcolica e non si può parlare di vino se si toglie l’alcool, semmai di bevanda di tutt’altro genere. L’introduzione della dealcolazione parziale e totale anche per i vini IGP e DOP rappresenta un grosso rischio ed un precedente pericolosissimo che metterebbe fortemente a rischio l’identità del vino italiano. L’Italia è il primo produttore mondiale di vino con 49,1 milioni di ettolitri ed anche il primo esportatore di vini fermi e spumanti, per cui non possiamo permetterci un tale stravolgimento della nostra tradizione enologica. Proprio per questo, insieme ad altri colleghi di Forza Italia, abbiamo presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere di intervenire immediatamente per escludere tale pratica enologica per i vini IGP e DOP, classificare i vini dealcolati in modo distinto e diverso dai vini “tradizionali” e soprattutto garantire una corretta informazione al consumatore.

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